PAROLA ALLA PANCHINA: ALESSANDRO BELTRAMI

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Muro, difesa, attacco, ricezione: sono solo alcuni degli aspetti cruciali che devono essere affrontati ogni giorno in palestra. Ma quali sono i segreti di un buon allenatore? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Beltrami, head coach della formazione slovena del Calcit Lubiana.

Com’è cominciata la tua carriera di allenatore?

Inconsapevolmente direi. Ho iniziato molto presto a aiutare in palestra, perché a giocare non me la cavavo molto e da dove vengo io non cʼerano molte realtà di pallavolo maschile. Per curiosità, per amicizia con alcune ragazze che erano mie compagne di Liceo (mooooolti anni fa!) ad Omegna. Non si inizia a 16 anni (nel 1997!) ad andare in palestra tutte le sere pensando che si farà veramente lʼallenatore nella vita… Quella squadra ricca di talenti, Cardullo e Lo Bianco per esempio, ebbe molta fortuna e seguito, e lʼallenatore, che era Luciano Pedullà, ci ha cresciuto come se fossimo dei professionisti. Alla fine di quel periodo Luciano andò in serie A2, ad allenare quella che poi divenne lʼAsystel, e io, con Stefano Lavarini, anche lui “compagno di scuola” e amico sincero, lo seguimmo. Iniziai a fare lo scoutman e lʼassistente, avevo appena finito il liceo. Forse ero ancora inconsapevole del futuro, ma iniziai a pensare di far diventare quella una professione. Qualche anno dopo, nel 2004, mi chiamò Giovanni Guidetti, per lavorare con lui; quello fu il momento in cui decisi, o meglio, divenni consapevole di qualcosa che era già iniziato ben prima: che questo volevo fosse il mio lavoro.

Qual è l’aspetto dell’allenamento che ti piace curare di più?

Dovrei dire tutti, per sembrare un ottimo allenatore, ma non sarebbe vero. Lavoro molto sulla difesa e tutto ciò che è muro/difesa e contrattacco; mi piace molto questa fase del gioco della pallavolo, soprattutto femminile, e credo possa fare la differenza; in più, quando funziona bene, porta molta energia e consapevolezza nella squadra. Comunque diciamo che non cʼè allenamento senza almeno un piccolo accenno di difesa, quella sempre!

In passato sei stato assistente allenatore della nazionale tedesca femminile. Qual è l’approccio all’allenamento in una squadra nazionale, in cui il tempo a disposizione è ristretto, rispetto alla squadra di club?

Eʼ diverso, almeno per la mia esperienza in Germania. I tempi e la programmazione sono differenti, le competizioni compresse in pochissimo tempo. Eʼ particolare, diciamo che per noi era, grazie a Giovanni (Guidetti, ndr), un tuffo completo nella pallavolo per tre/quattro mesi, senza sosta, senza interruzioni. Si lavorava sempre, mattina e pomeriggio, nei periodi senza gare, per settimane, con pochi giorni liberi. Questo nel primo periodo. Poi iniziano le competizioni, ci si mette in gioco, e piano piano si prova a sistemare quello che ancora manca. Eʼ complesso da raccontare , dipende da quante competizioni si fanno, EuroLeague, Grandprix, Europei o Mondiali, ecc. Diciamo che si costruisce di massima una base nel primo periodo, e poi si cresce, almeno nel nostro caso, giocando il più possibile contro avversari di alto livello.
Nel club cʼè più tempo, per tutto, nel bene e nel male! Le competizioni, campionato o coppa, sono comunque lunghe e si può, club permettendo, crescere con calma e analizzare di settimana in settimana i problemi e le qualità. Diciamo che èʼ un percorso più a lungo termine. La difficoltà inizia quando si fanno le coppe europee, dove si gioca ogni tre giorni, e tra viaggi e gare diventa difficile lavorare in palestra come dicevo prima. Questo si avvicina un poʼ di più al lavoro con la nazionale, in piccola parte, durante le competizioni.

Come si sviluppano e come si differenziano le sessioni di allenamento durante la preparazione pre – stagionale e durante il periodo del campionato, in cui ci sono partite e impegni molto ravvicinati?

Sono parecchio differenti. Lʼinizio della stagione, definita preparazione, nelle prime immediate settimane è più a carico del preparatore, per iniziare a costruire le basi (fisiche) che possano sopportare il lavoro seguente con la palla. E’ importante però sottolineare che il lavoro fisico non si ferma mai durante la stagione! E’fondamentale per prevenire infortuni e aiutare la prestazione delle atlete. Come dicevo, lʼallenamento in palestra accompagna questo lavoro con un inizio “tranquillo”, volto a ritrovare confidenza con lo strumento del nostro gioco, la palla! A me piace molto iniziare a lavorare con la palla sulla sabbia, tipo beach volley, un poco più pesante per spostamenti ecc, ma si concilia bene con la preparazione fisica, e si può iniziare da subito a saltare in maniera non traumatica, per le prime due settimane, poi si DEVE tornare in palestra. Gradatamente (o almeno lo sperano i preparatori e i fisioterapisti!) si inizia a lavorare tecnicamente sempre di più, e ad impostare il gioco della squadra, nazionali permettendo. Man mano che si avvicina il campionato il lavoro diventa sempre più simile a quello che sarà durante la stagione, come carichi, tempi e ritmi, inserendo partite amichevoli e tornei nelle settimane precedenti l’inizio del campionato. Si tende a farla diventare una routine per abituare le atlete, almeno come ritmi, perché poi il lavoro in campo e palestra si differenzia sempre.
Detto ciò, poi inizia tutto. Senza coppe si può comunque lavorare tecnicamente molto durante la settimana; alla mattina, per esempio, io mantengo per quasi tutta la stagione un lavoro tecnico specifico differenziato per ruoli due mattine alla settimana; in caso di coppe diventa molto più complesso e si deve per forza ridurre il tutto a sviluppare il gioco nei pochi allenamenti possibili tra viaggi gare e riposo. Il riposo è parte integrante e fondamentale del lavoro di un atleta per assorbire e sopportare i carichi di lavoro; sembra scontato, ma spesso lo si scorda!
Le sessioni di allenamento in campo, almeno nel mio caso, comunque si differenziano durante tutta la stagione, forse un limite, ma tendo a non ripetere troppo gli stessi allenamenti. Alcune esercitazioni restano uguali dal principio, altre vengono cambiate o modificate a seconda degli obiettivi e delle necessità del momento. Bisogna sempre mantenere ciò che già si fa bene, e se si riesce piano piano aggiungere o limare qualche difetto anche a stagione inoltrata. Ogni domenica il campo ci dà un responso, a prescindere dal risultato, su come hanno funzionato le cose in determinate situazioni; con lo staff lo si analizza, si sceglie se sono fattori importanti, fondamentali, o frutto solo di una situazione momentanea, e si lavora per porvi rimedio.

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(foto Riccardo Giuliani per GetSportMedia)

Come collabora l’allenatore e qual è il suo rapporto con il resto dello staff tecnico?

Domanda che sarebbe da rivolgere allo staff! Come si sono trovati loro a collaborare con me? Sono loro che permettono all’allenatore, almeno nel mio caso, di svolgere il lavoro al meglio. Il preparatore atletico e il fisioterapista seguono e controllano lo stato di “salute” atletica delle ragazze; il fisioterapista non serve solo nei casi di infortunio, anzi, segue le ragazze passo per passo, prevenendo e aiutando la loro resa atletica insieme al preparatore. Il tutto con la presenza anche di un medico, che segue anche lui la squadra, per completare lo staff medico. Lo staff tecnico invece completa quello che è il lavoro tecnico, quello che poi verrà trasferito sul campo diciamo. Dagli assistenti allenatori allo scoutman, ci si confronta sulle necessità della squadra, sulle idee, e si studiano gli avversari. Io tendo a suddividere per ognuno degli assistenti un campo di competenza, sia riguardo a noi, sia riguardo agli avversari. Per esempio: lʼassistente che segue, o meglio studia, il nostro cambiopalla, settimanalmente studierà anche il sistema di muro/difesa degli avversari, e si occuperà delle sedute video con i palleggiatori, e così via, per ogni assistente. Anche se staff medico e tecnico sembrano divisi, ma lo sono solo per competenze, io li ritengo tutti parte della stessa squadra. Per essere più chiaro, la SQUADRA intesa come totalità di atlete e staff, ovvero quelli che lavorano sul campo per intenderci, per me è divisa in due squadre: lo staff, tecnico e medico, e le atlete. Le due squadre sono unite dagli obiettivi, che devono essere comuni e condivisi. Eʼ fondamentale per me che lo staff funzioni come una squadra, per dare la sensazione alle atlete che si è tutti focalizzati sugli obiettivi, e ci si adoperi al massimo per consentire a loro di raggiungerli.

Quanto è importante la preparazione atletica nella pallavolo moderna?

Molto, molto importante. Le prestazioni ad alto livello necessitano di una ottima base di lavoro, che sviluppa una crescita durante la stagione, e soprattutto, riferendomi ai preparatori che hanno lavorato con me, previene molti piccoli infortuni dovuti allʼallenamento. La pallavolo, soprattutto femminile, è uno sport sovrallenato, ci si allena molto di più e più intensamente di quanto sia il modello prestato di una gara qualsiasi; questo porta a sovraccarichi e piccoli problemi che, grazie al lavoro fisico, si possono evitare.

Gli allenatori italiani sono molto quotati all’estero. Secondo te, che cosa li distingue dagli allenatori di altre nazionalità per essere così ambiti?

Risposta secca: la conoscenza. Dovuta alla fortuna di aver lavorato in Italia, dove la cultura della pallavolo è molto sviluppata, e anche molto “aperta”. Credo sia dovuto al fatto di aver avuto da noi per anni, e tuttʼora, giocatrici di altissimo livello, e allenatori stranieri di altrettanto altissimo livello. Questo ha portato un arricchimento culturale, un’ apertura verso vari modelli di pallavolo, modelli tecnici, modelli metodologici, che si possono adeguare ad ogni tipo di atleta o squadra. La scuola dove impara un allenatore italiano, se ha la fortuna di fare lʼassistente ad alto livello, credo sia la migliore riguardo a questo, almeno in Europa.

Qual è, secondo te, il mix di caratteristiche che un allenatore dovrebbe possedere per poter essere un allenatore completo?

Ottima domanda. Credo che debba innanzitutto essere competente, ma questo non basta, non può bastare. Credo debba essere un insegnante, ma non come ci insegna la nostra “cultura scolastica”, ma un insegnante che condivide le conoscenze, che le porge a chi lavora con lui, e permette alle atlete di interpretarle ed utilizzarle. Vero, certe volte bisogna essere “cattivi” e obbligare a seguire delle disposizioni, ma il segno vero penso lo lasci sempre la capacità di aver condiviso le conoscenze e aver mostrato come utilizzarle. Per fare questo credo serva essere un poʼ tante cose, in tanti momenti differenti, compatibilmente con il proprio carattere; mille sfaccettature, partendo da essere un insegnante severo e esigente arrivando ad essere un fratello onesto (avrei detto padre, ma sono troppo giovane per fare il padre con le mie atlete!). La capacità migliore credo sia riuscire a comprendere il modo in cui affrontare le varie situazioni, questo può, secondo me, fare la differenza. Ma la cosa più importante in tutto questo credo sia essere sempre se stessi, in ogni sfaccettatura che si assume del nostro ruolo.

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